martedì 13 settembre 2011

Devozione - Antonella Lattanzi

Devozione è un romanzo difficile. Difficile come raccontare il mondo degli eroinomani  ad un pubblico che non sa e non conosce quella realtà, difficile come demolire i pregiudizi verso gli eroinomani che sono umani, troppo umani. Difficile soprattutto per una scrittrice all'esordio come Antonella Lattanzi che ha voluto vivere con loro per cinque lunghi anni giorni e notti frequentando sert, luoghi di spaccio e comunità di recupero. Un'esperienza che va aldilà di una "documentazione approfondita" lasciando nuove convinzioni e rompendo i pregiudizi con cui il mondo normale guarda il mondo della droga.

La cosa che più mi ha spaventato, del mondo degli eroinomani, è che non sono diversi da noi, da me. L'eroinomane, per tutto il tempo, cerca una sola cosa: l'eroina. [...] Ecco: io mi sono accorta che anche noi - anche io - abbiamo delle dipendenze, delle devozioni, dei buchi interiori che risucchiano tutto il resto, in cui la nostra attenzione, le nostre passioni, le nostre forze cadono inesorabilmente. L'eroinomane non cerca la morte, ma solo la fine del dolore, la serenità. E' quello che facciamo tutti.

 Ammette la stessa autrice in un'intervista. E' bene precisare che il romanzo non è un documentario sul mondo dell'eroina e degli eroinomani come potrebbero pensare alcuni, ma la storia di due fidanzati ventiseienni che ne sono schiavi.

La trama è abbastanza semplice: Nikita e Pablo, sono due fidanzati eroinomani che vivono a Roma. Da anni oramai passano le giornate facendosi di eroina o cercando soldi in tutti i modi per comprarla, in preda a crisi di astinenza molto violenta. Un giorno si presenta Annette, una ragazza francese molto giovane, molto ricca e per i due ragazzi rappresenta una, e l'unica, fonte pressoché inesauribile di denaro.  E denaro significa eroina. Decidono presto di rapirla e di chiedere un riscatto, ma non è facile badare a una prigioniera se il loro pensiero è uno solo: l'eroina. Il rapimento si trasformerà presto da un'idea geniale ad un terribile incubo.

Il romanzo ha molti pregi, primo tra tutti quello di svelare un mondo poco conosciuto alla maggioranza di noi. Sicuramente interessante è capire come vivono questi ragazzi che sono rimasti vittime della droga, come si procurano i soldi, dove vivono, e come si sentono. Un aspetto importante del romanzo è la descrizione del passato di Nikita, protagonista principale: dai rapporti con la famiglia, ai suoi desideri che già da pre-adolescente l'hanno spinta verso il mondo della droga. Ma la strada per arrivare all'eroina è stata lunga e dura. L'obiettivo adolescenziale della stessa protagonista, non sapendo quale futuro l'avrebbe attesa. Nella stessa situazione c'è anche il fidanzato Pablo.
Da allora inizia a smettere con tutte le altre droghe - persino col fumo, che gli dà solo psicosi e fobie, persino con l'alcol. rimane solo l'eroina, l'Indiscussa. Per un po' è una vita sopraffina, tutta tesa a introiettare la sua droga: se gli cola il naso se lo soffia con la mano perché i fazzoletti servono solo a tamponare il buco dopo che si fa una persa, se ha fame se la fa passare perché i soldi servono solo per comprare l'eroina, se non hanno sonno se lo fa venire perché deve essere sveglio solo quando si può fare. Ma io, si dice, io non sarò come tutti gli altri, che alla fine muoiono. Lo dice lui.
Si sarebbe presto pentita fino a desiderare ardentemente una vita normale, senza alti e bassi, anche nella sua monotonia. Tanta di conseguenza è l'invidia verso chi è riuscito a uscire dalla morsa dell'eroina.
Nikita lo fissò spudorata, e vide che lui ce l'aveva fatta. Come sta bene tutto ripulito. Lavorava. Si lavava. Viveva. Sembrava solo più vecchio.
La voglia di smettere era tanta, ma solo quando non si era in preda alle crisi di astinenza distruttrici ogni desiderio, ogni progetto, ogni buon proposito. Solo l'eroina era importante.

Tuttavia ci sono anche alcuni aspetti negativi. I numerosi flashback rallentano la storia e la loro lunghezza non aiuta: più o meno come la pubblicità in un film, spezza troppe volte e per troppo tempo la vicenda stessa. La scrittura è abbastanza innovativa e a primo impatto anche difficile, la punteggiatura, spesso assente, ne è la causa. Spesso trovare il filo del discorso è difficile, così come distinguere un pensiero. Soprattutto all'inizio è un aspetto che dà fastidio, ma se si ha voglia di continuare a leggere il racconto ci si abitua e poi tutto viene più fluido.
L'ultimo aspetto negativo è la trama non conclusa: tutto resta incompiuto e non si sa bene cosa succede alla fine. Una trama complessa forse sarebbe stata più dannosa per il racconto già difficile di per sé, ma sicuramente portarla a termine avrebbe conferito al romanzo almeno una chiusura.

In ogni caso è il primo romanzo di Antonella Lattanzi, quindi certe cose si possono perdonare, soprattutto considerando il tema svolto e lo stile che il racconto richiedeva, non certo quello canonico. Un buon libro nel complesso che distrugge molti luoghi comuni come racconta la stessa autrice in ogni intervista, evidentemente è proprio questo l'obiettivo del suo libro.

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